CULTURA
di Natale Forlani

Negli ultimi 20 anni la componente dei lavoratori autonomi è quella che ha subito le maggiori perdite occupazionali, circa 1,150 milioni rispetto al 2004, coincidente con la crescita di circa 2,2 milioni di posti di lavoro dipendente a tempo indeterminato.
L’incidenza degli autonomi sul totale degli occupati, 5,111 milioni su 24,2 milioni (21,1%), si è ridotta di circa 9 punti, anche se rimane la più elevata rispetto alla media dei Paesi dell’Ue (13,8%). Le cause del fenomeno sono molteplici e non di facile interpretazione. Sono per lo più derivanti dal grado di coinvolgimento dei profili che concorrono alla formazione dei lavoratori autonomi (commercianti; artigiani; coltivatori diretti; liberi professionisti compresi quelli iscritti agli ordini; intermediari finanziari e immobiliari; piccoli trasportatori; collaboratori; lavoratori occasionali) nelle riorganizzazioni delle filiere produttive, commerciali e dall’introduzione di norme che hanno limitato l’utilizzo dei lavoratori parasubordinati.
La crisi del settore delle costruzioni ha provocato una rilevante perdita di lavoratori artigiani e dei professionisti nel secondo decennio degli anni 2000, che si è paradossalmente tradotta successivamente nella carenza di personale competente durante la bolla speculativa provocata dall’utilizzo del Superbonus 110% per le ristrutturazioni abitative negli ultimi 4 anni. Sul mancato sviluppo delle professioni sanitarie, del lavoro di cura, dell’istruzione pesano anche le scelte pubbliche operate sul welfare che hanno privilegiato gli impegni di spesa destinati ai sostegni al reddito. L’indagine Istat relativa al mese di gennaio 2025 segnala una parziale ripresa, +41mila lavoratori autonomi rispetto all’anno precedente. Altri indicatori, ad esempio l’apertura delle nuove partite Iva (-2% rispetto al 2023), segnalano il prosieguo delle sofferenze e una significativa riduzione, dal 74% al 67,8%, delle partite Iva attivate dalle persone fisiche nel corso degli ultimi 12 anni. I dati positivi sono rappresentati dalla crescita della componente femminile, dal 36,5% al 39,6%, e degli extracomunitari, dal 13,8% al 17,5%. L’impatto economico e sociale associato alla riduzione dei lavoratori autonomi e dei professionisti è sottovalutato dalla letteratura corrente. Le attività, e le competenze, di questi lavoratori hanno giocato un ruolo rilevantissimo per lo sviluppo economico del nostro Paese e persino sulla formazione della nostra classe dirigente locale e nazionale. Buona parte dell’accesso ai servizi di diversa natura, dell’attuazione di normative per la tutela delle persone e della collettività, della crescita e manutenzione del patrimonio abitativo, della riparazione dei mezzi di trasporto e degli elettrodomestici, è stata favorita dalla forte presenza dei lavoratori autonomi e dei professionisti. Negli anni recenti sono stati adottati numerosi provvedimenti rivolti ad agevolare le prestazioni, a tutelare il reddito dei lavoratori autonomi e ad incentivare la formazione delle micro imprese (flat tax, rottamazione delle cartelle, agevolazioni per i nuovi investimenti) riscontrando una forte adesione delle partite Iva. Questi provvedimenti hanno concorso in modo significativo a migliorare le condizioni di reddito rispetto agli anni precedenti la pandemia Covid-19 e a mantenere in vita un nucleo consistente di micro imprese. Ma il futuro del lavoro autonomo deve essere ripensato alla luce dell’impatto delle tecnologie digitali sulle professioni e sulle filiere produttive che rende labili i confini tra le prestazioni subordinate e quelle gestite in autonomia. L’utilizzo dello smart working valorizza le prestazioni per obiettivi svincolate dall’orario di lavoro, valorizzando l’autonomia del lavoratore e persino la possibilità di lavorare per più datori di lavoro. Quello delle piattaforme tecnologiche per la fornitura e la distribuzione di prodotti e di servizi vincola in via di fatto i comportamenti, i modi e i tempi dei lavoratori autonomi nei comparti della logistica e delle reti di vendita. L’utilizzo delle partite Iva per aggirare i vincoli e i costi del lavoro dipendente, aumentando i margini per l’utilizzo flessibile delle prestazioni, è particolarmente elevato. La condizione di debolezza di molti lavoratori autonomi ha comportato un aumento della domanda di tutele che sono diventate oggetto di rivendicazioni, di provvedimenti normativi e di interventi della magistratura. Il 23 ottobre scorso è stata approvata da Parlamento e Consiglio europeo una direttiva (2024/2831) finalizzata a tutelare le prestazioni di lavoro dipendente e autonomo mediante l’utilizzo delle piattaforme digitali che deve essere recepita dagli stati aderenti entro il 2 dicembre 2026. Un recente provvedimento legislativo, il collegato lavoro n. 203/2024, introduce la possibilità di regolamentare rapporti di lavoro che prevedono prestazioni con modalità autonome e di lavoro subordinato. Sono innovazioni che impegnano la contrattazione collettiva a ricercare nuovi equilibri tra le prestazioni orarie e quelle per obiettivo, tra subordinazione e autonomia, per la possibilità di lavorare per uno o più datori di lavoro individuando nuovi equilibri tra le tutele e i fabbisogni di flessibilità delle persone e delle organizzazioni del lavoro. La regolazione delle forme ibride di lavoro autonomo e subordinato era già prevista nell’ordinamento italiano con l’adozione del contratto a progetto regolato dalla contrattazione collettiva (legge Biagi 276/2023) successivamente abrogato dal DL n. 81/ 2015 (Jobs Act). I nostri ritardi sono anche la conseguenza della carenza di un disegno riformatore condiviso dalle parti sociali capace di coniugare lungimiranza e senso pratico.