ISTRUZIONE
di Renato Candia

Sono state da poco pubblicate le Nuove Indicazioni Nazionali per la scuola, un importante documento-guida per la progettazione formativa delle scuole.
E proprio per una prima lettura di confronto sono state convocate in questi giorni, dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, le associazioni di categoria. L’occasione permette di ripercorrere brevemente i tratti dell’importanza e della centralità che questo atto di indirizzo generale riveste per ciascuna singola Istituzione scolastica del nostro Paese. Una prima considerazione in merito all’emanazione delle Nuove Indicazioni Nazionali riguarda l’avvio di un’appassionata discussione tra gli operatori del mondo dell’istruzione attorno ad un documento che rappresenta cuore e spina dorsale dell’intera progettazione didattica della scuola. Ponendosi in forma fortemente dialettica rispetto alle Indicazioni Nazionali originali del 2012, questa versione di un nuovo modello di organizzazione degli apprendimenti, ha messo in atto una serie di questioni di fondo che hanno a che fare con i percorsi che la scuola italiana ha esercitato e svolto in questi ultimi anni, ma che hanno avuto origini e radici ben più ampie e individuabili storicamente nel sorgere e affermarsi della scuola dell’Autonomia, all’inizio di questo secolo.
Il modello delle Indicazioni del 2012 sanciva in modo inequivocabile il tramonto di una visione normativa, quantitativa e sostanzialmente esclusiva dei saperi a favore di una dimensione più complessa che innestava le conoscenze dentro un processo rivolto ad abilità e competenze. In pratica le Indicazioni andavano a sostituire i Programmi Nazionali, che indicavano quali saperi fossero richiesti agli studenti nel corso dell’intero ciclo di istruzione, dalla scuola dell’obbligo all’esame di Stato, ma senza ancora riferimenti, appunto, a indicatori di abilità e competenze, che oggi invece costituiscono, nel loro insieme, l’intera filiera del complesso formativo offerto agli studenti. Cosa aveva spinto il legislatore a innovare in modo così radicale il modo di fare scuola? Certamente le mutate condizioni sociali, l’evolversi dei modelli di relazione familiare, l’avvento capillare di sempre più sofisticate tecnologie della comunicazione, la forte flessibilità del mondo del lavoro, tutto ciò che aveva spinto, insomma, il sociologo Zygmunt Bauman a coniare l’ormai ben noto concetto di società/modernità liquida. Con le Indicazioni Nazionali, alle singole Istituzioni scolastiche veniva (e viene tuttora) richiesta l’elaborazione di un proprio Curricolo di istituto da offrire a studenti e famiglie e dentro il quale convergono modi, tempi, contenuti e valutazioni del percorso didattico-formativo che l’Istituzione stessa attiva per la propria utenza. Proprio dentro la cornice di questo quadro, le scuole hanno lavorato molto, con grande energia e spirito propositivo in questi anni, elaborando una nuova didattica, un originale sistema di relazioni (interne/esterne) tra scuola, famiglie e territorio, sviluppando modelli innovativi di gestione organizzativa e amministrativa, sperimentando e innovando attraverso progetti e risorse finanziarie di varia e diversa natura. La discussione appassionata prende avvio da un interrogativo che si pone adesso davanti alle Nuove Indicazioni Nazionali e che riguarda proprio quale tipo di continuità esista tra (quel) vecchio e (questo) nuovo. Il tema non è di poco conto anche soltanto a voler considerare il fatto che, già nelle premesse, il nuovo documento invita a pensare ad un nuovo umanesimo che ponga al centro dell’apprendimento una visione prioritariamente occidentale del mondo (si parla di libertà occidentale, di democrazia occidentale, ecc…). In concreto, l’esercizio di un pensiero dialettico che contrapponga tesi e antitesi, piuttosto che di un pensiero critico che si soffermi invece sui caratteri dei fatti e degli eventi in sé. Una nuova stagione della didattica?